IL GLOBO

sabato 27 febbraio 2010

Fame - Saranno famosi


Titolo originale:  Fame
Nazione:  U.S.A.
Anno:  2009
Genere:  Commedia, Musical
Durata:  106'
Regia:  Kevin Tancharoen
Sito ufficiale:  www.generationfame.com
Sito italiano:  www.generationfame.it

Cast:  Naturi Naughton, Anna Maria Perez de Tagle, Kelsey Grammer, Kay Panabaker, Megan Mullally, Bebe Neuwirth, Charles S. Dutton, Debbie Allen, Kherington Payne
Produzione:  United Artists, Lakeshore Entertainment, Metro-Goldwyn-Mayer (MGM)
Distribuzione:  Key Film
Data di uscita:  09 Ottobre 2009 (cinema)

Trama:
Remake del fantastico film di Alan Parker, ambientato a New York, nella vivace atmosfera della prestigiosa School of Perfoming Arts, ballerini, cantanti, attori e artisti di talento hanno l'opportunità di dar vita ai loro sogni e ottenere un successo reale e duraturo… quello che nasce dal talento, dall'impegno e dal duro lavoro.


Recensione

La vicenda del gruppo di talentuosi ragazzi di New York che, tra ballerini, cantanti e attori, trovano l’opportunità di dar vita ai propri sogni alla rincorsa del successo duraturo frequentando la prestigiosa School of Performing Arts, venne raccontata da Alan "Fuga di mezzanotte" Parker, nell’ormai lontano 1980, in "Saranno famosi", il quale, aggiudicatosi i premi Oscar per la miglior colonna sonora e la miglior canzone, finì anche per generare una popolare serie televisiva e per essere rappresentato tra i musical di Broadway.
A quasi trent’anni da quell’ormai classico della celluloide, la stessa storia, tempestata di imprevisti, ostacoli e confronti tra allievi e insegnanti, rivive sullo schermo, a partire dal giorno delle audizioni, sotto la regia del coreografo Kevin Tancharoen, a quanto pare scelto dopo una lunga selezione proprio come i protagonisti del film, tra i quali troviamo la Naturi Naughton di "Notorious" pessimamente doppiata da Karima, proveniente dalla trasmissione televisiva defilippiana "Amici".
D’altra parte, sebbene nel corso dei primi minuti di visione il veloce montaggio di Myron I. Kerstein ("American dreamz") provveda a rendere efficacemente svelta la narrazione, infarcita anche con diversi dialoghi azzeccati, ben presto, anziché trovarsi dinanzi al rifacimento della pellicola che diede fama a figure come la Coco di Irene Cara o il Leroy del compianto Gene Anthony Ray, si prova quasi l’impressione di assistere a una rilettura cinematografica del reality "Saranno famosi", presentato qualche anno fa proprio da Maria De Filippi.
I circa 106 minuti di pellicola, infatti, impreziositi soltanto dalla curata fotografia di Scott Kevan ("Stepping-Dalla strada al palcoscenico"), la quale, nonostante l’ambientazione moderna, fa ricorso a colori che richiamano non poco i primi anni Ottanta, non tardano a rivelarsi piatti e vuoti; un po’ come gli apparentemente sviluppati personaggi che li popolano, tra coreografie di ballo che svaniscono in maniera quasi istantanea dalla memoria e colonna sonora a tratti fracassona.
E la tensione nei confronti dell’arrivo della fama si avverte solo in minima parte, testimoniando che non è sufficiente porre davanti alla macchina da presa qualche volto giovane e bello alle prese con esibizioni e canzoni per poter raccontare un argomento del genere.
Pur senza eccellere, Alan Parker lo aveva capito.

La frase: "Il successo è gioia e libertà e amicizia".

 

PELHAM 1-2-3: Ostaggi in metropolitana



Titolo originale:  The Taking of Pelham 1 2 3
Nazione:  U.S.A., Regno Unito
Anno:  2009
Genere:  Thriller, Drammatico
Durata:  106'
Regia:  Tony Scott
Sito ufficiale:  www.catchthetrain.com
Sito italiano:  www.pelham123.it

Cast:  Denzel Washington, John Travolta, John Turturro, James Gandolfini, Luis Guzmàn, Victor Gojcaj, Gbenga Akinnagbe, Michael Rispoli, Ramon Rodriguez, Saidah Arrika Ekulona
Produzione:  Escape Artists
Distribuzione:  Sony Pictures Releasing Italia
Data di uscita:  18 Settembre 2009 (cinema)

Trama:
Quello che poteva sembrare un comune giorno lavorativo, si trasformerà ben presto nel peggior incubo per Walter Garber, controllore della metropolitana di New York, e per i passeggeri di un treno dirottato da una banda di malviventi, che per non uccidere gli ostaggi, chiedono un milione di dollari per ognuno di loro...


Recensione

"Chi rapinerebbe un treno della metropolitana? Bisognerebbe essere pazzi considerando che si tratta di un sistema chiuso". E’ questa la considerazione che, dal 1973 in poi, ha tenuto con il fiato sospeso i tanti lettori del romanzo "La presa di Pelham 1 2 3", scritto da Morgan Freedgood sotto lo pseudonimo di John Godey. Un libro ricco di suspanse che ha già avuto due trasposizioni in fiction: una cinematografica nel 1974, una televisiva nel 1998.
Con questa nuova versione siamo quindi, come già involontariamente il titolo suggerisce, a 3 (in realtà il titolo indica l’orario e il luogo di passaggio di un treno della metropolitana newyorkese: Pelham Bay Park dell’una e ventitre). Dietro il progetto c’è Tony Scott, per la quarta volta regista di un film con Denzel Wahsington dopo "Allarme rosso", "Man on fire" e "Déjà-vu". Stavolta il secondo attore afroamericano premiato con l’Oscar come miglior attore protagonista (dopo Sidney Poitier) non è un poliziotto, ma un "semplice" impiegato comunale. Gestisce e coordina lo smistamento della metropolitana. E’ lui a mettersi in contatto con il conducente di un treno quando questo appare inspiegabilmente fermo sui binari. A rispondergli però, c’è il capo di una banda criminale che ha preso in ostaggio i passeggeri e che si aspetta di essere pagato dieci milioni di dollari per lasciarli andare...
Messo da parte lo humour del film con Walter Matthau del ‘74, Tony Scott cerca come al solito di confezionare una pellicola ricca di adrenalina: montaggio frenetico, musica ad alto volume come un energico videoclip rock e azione a go-go. Il suo è un modo di intendere il cinema d’azione che spinge sempre il piede sull’acceleratore: le sovrimpressioni con l’orario per ricordare l’esaurirsi del conto alla rovescia, i movimenti della macchina da presa, improvvisi e a schiaffo, che sgranano sui volti dei criminali, le interpretazioni sempre urlate dell’antagonista di turno (in questo caso un John Travolta ancora non stravolto dalla tragedia privata della morte del figlio). Nonostante la tecnologia, il budget senza limiti, e un po’ di sangue in più, quello di Scott continua a sembrare un cinema stantio, figlio di action-movie anni ’90 ormai superati: gli atteggiamenti dei personaggi non sono credibili, i malfattori sono normalmente psicopatici e il buono di turno, a piedi, riesce ad arrivare sempre prima del resto della polizia per avere il suo bel faccia a faccia conclusivo con il cattivo. Si percepisce la volontà di richiamare nella trama le colpe degli speculatori di Wall Street, artefici della crisi economica internazionale, ma il tutto si traduce in dettagli malamente esplorati, quasi che non si sia in grado di dire di più che non: "sono sempre stati dei brutti tipi, ma anche lo stato ha le sue colpe". Ne esce un film di intrattenimento che si guarda senza problemi, senza però entusiasmare, che si rischia di dimenticare subito sulla via del ritorno. Sia che si apra lo sportello della macchina che salendo sul primo gradino dell’autobus o oltrepassando le porte d’entrata della metropolitana, il piacere della visione dura un attimo. 3,2,1, finito.

La frase: "Gli ostaggi sono un’assicurazione".


venerdì 26 febbraio 2010

Natale a Beverly Hills



Titolo originale:  Natale a Beverly Hills
Nazione:  Italia
Anno:  2009
Genere:  Commedia
Durata:  100'
Regia:  Neri Parenti
Sito ufficiale:  www.nataleabeverlyhills.com

Cast:  Christian De Sica, Sabrina Ferilli, Massimo Ghini, Alessandro Gassman, Gianmarco Tognazzi, Paolo Conticini, Michelle Hunziker, Michela Quattrociocche, Vittorio Emanuele Propizio, Rossano Rubicondi, Matthew Vaughan
Produzione:  Fast Lane Productions, Filmauro
Distribuzione:  Filmauro
Data di uscita:  18 Dicembre 2009 (cinema)

Trama:
Nuovo capitolo della saga cinematografica più lunga in assoluto; questa volta i due episodi sono ambientati nella lussuosissima Beverly Hills e vedono un gruppo di italiani alle prese con le ennesime vacanze.
..


Recensione

Luigi e Aurelio De Laurentiis sembrano aver gradito le trasferte di "Natale a Miami" (2005) e "Natale a New York" (2006), tanto che, dopo le parentesi rappresentate da "Natale in crociera" (2007) e "Natale a Rio" (2008), tornano in suolo nordamericano, sempre con l’ormai fido Neri Parenti al timone di regia.
E’ infatti a Los Angeles che Rocco (Gianmarco Tognazzi) finisce per innamorarsi di Serena (Michelle Hunziker), futura sposa del suo vecchio compagno di liceo Marcello (Alessandro Gassman), che non vedeva da anni, tanto da escogitarne di tutti i colori per spingerla a non pronunciare il fatidico sì. Ed è sempre a Los Angeles che Carlo (Christian De Sica), inaspettatamente lasciato dall’anziana donna con cui viveva da tempo, rivede dopo diciassette anni Cristina (Sabrina Ferilli), abbandonata quando era incinta di sette mesi del figlio Lele (Emanuele Propizio), il quale, invaghitosi della bellissima Susanna (Michela Quattrociocche), ha ora il padre putativo Aliprando (Massimo Ghini).
Ma, sarebbe sufficiente citare il cognome di quest’ultimo – che non lascia affatto spazio all’immaginazione e ai doppi sensi – per far capire quale sia il tenore della pellicola, il cui script, a firma dello stesso Parenti insieme ai consueti Alessandro Bencivenni e Domenico Saverni e ai nuovi arrivati Alessandro Pondi e Paolo Logli (che sostituiscono Fausto Brizzi e Marco Martani), si costruisce in maniera esclusiva su allusioni sessuali e volgarità assortite.
Quindi, se avevamo tirato un sospiro di sollievo con gli ultimi apprezzabili esempi di cinepanettone, sempre meno propensi alla parolaccia facile e maggiormente adatti al pubblico delle famiglie tricolori sotto l’albero, non fatichiamo ad avvertire che la Filmauro abbia deciso di recuperare tutto insieme il tempo perduto.
Escrementi, falsi peti acquatici e tanto pecoreccio verbale tempestano la visione, mentre Gassman e Tognazzi sembrano imitare in maniera eccessivamente caricaturale i compianti genitori Vittorio e Ugo; e perfino De Sica, mattatore della risata di fine dicembre, appare decisamente stanco.
Per uno spettacolo che, ulteriormente penalizzato dalle imbarazzanti prove da parte del resto del cast, non riesce quasi (???) mai a strappare risate, risultando talmente vuoto da rendere ardua addirittura la scelta della frase da porre qui sotto alla recensione.

La frase: "E questi chi sono, Toro arrapato e Porcahontas?".


giovedì 25 febbraio 2010

Dorian Gray


Titolo originale:  Dorian Gray
Nazione:  Regno Unito
Anno:  2009
Genere:  Drammatico
Durata:  113'
Regia:  Oliver Parker
Sito ufficiale: 

Cast:  Colin Firth, Ben Barnes, Emilia Fox, Rebecca Hall, Rachel Hurd-Wood, Fiona Shaw, Ben Chaplin, Caroline Goodall, Caroline Goodall, Maryam d'Abo
Produzione:  Ealing Studios, Fragile Films
Distribuzione:  Eagle Pictures
Data di uscita:  27 Novembre 2009 (cinema)

Trama:
Il bellissimo Dorian Gray arriva nella Londra Vittoriana dove, ancora giovane e ingenuo, si lascia trascinare nel vortice della vita sociale dal carismatico Henry Wotton, che introduce Dorian ai piaceri edonistici della città. L'amico di Henry, l'artista Basil Hallward, dipinge un ritratto di Dorian che cattura appieno tutta la sua bellezza giovanile. Nel momento esatto in cui tolgono il velo che ricopre il ritratto, Dorian compie un futile giuramento: è pronto a sacrificare qualsiasi cosa pur di rimanere così come appare nel ritratto... perfino la sua anima. Incoraggiato da Henry, Dorian si lascia trascinare nelle avventure più sfrenate. Ma mentre Dorian continua ad apparire innocente e bellissimo come sempre, il suo ritratto, che ora è chiuso a chiave in soffitta, ad ogni atto malvagio da lui commesso, diventa via via più orripilante e mostruoso. Sembra quasi che Dorian possa concedersi qualsiasi desiderio proibito senza dover subire alcuna conseguenza. Quando Basil insiste nel voler vedere il ritratto, Dorian è costretto ad ucciderlo e conseguentemente a fuggire dal paese. Venticinque anni dopo Dorian torna e, lasciando sgomenti i suoi vecchi amici, non appare invecchiato di un solo giorno. Ciò nonostante, è un uomo tormentato, con una vita priva di amore e significato. E' perseguitato dal suo passato e viene costantemente deriso dall'abominevole mostruosità rinchiusa nella sua soffitta. Un giorno, incontra Emily, una ragazza intelligente e straordinaria che prova un grande fascino nei suoi confronti. Emily, però, è la figlia di Henry, e questi è pronto a tutto pur di tenere lontano i due giovani amanti. Mentre a Londra girano voci sulla possibilità che Dorian abbia stretto un patto con il Diavolo, Henry decide di smascherare l'amante di sua figlia. Riuscirà Dorian ad avere un'ultima possibilità per redimersi e per essere amato? Ma soprattutto riuscirà ad uscirne vivo?


Recensione

Pubblicato nel 1891 dall’irlandese Oscar Wilde, "Il ritratto di Dorian Gray", vera e propria celebrazione dalle reminescenze faustiane del culto della bellezza, ha finito per interessare il mondo del cinema fin dai tempi del muto, per poi essere stato oggetto di non poche trasposizioni sonore su celluloide. Infatti, oltre a quella mitica interpretata nel 1945 da Hurd Hatfield, i più attenti ricorderanno di sicuro sia "The picture of Dorian Gray - Il ritratto del male" con Joshua Duhamel, del 2004, che "Dorian" di Allan A. Goldstein, rivisitazione in chiave moderna risalente a tre anni prima.
Ora, è il Ben Barnes de "Le cronache di Narnia: Il principe Caspian" a incarnare sullo schermo il giovane e ingenuo bellissimo della Londra vittoriana che, trascinato nel vortice della vita sociale e nelle avventure più sfrenate dal carismatico Henry Wolton, con le fattezze di un tentatore e vagamente satanico Colin "Mamma mia!" Firth, finisce per accettare di sacrificare qualsiasi cosa pur di rimanere per sempre come appare nel ritratto dipintogli da Basil Hallward, interpretato dal Ben Chaplin di "The new world - Il nuovo mondo".
E sono i toni cupi della bella fotografia di Roger Pratt ("Harry Potter e il calice di fuoco") e la notevole cura scenografica sfoggiata da John Beard ("The skeleton key") a supportare il regista londinese Oliver Parker – per la terza volta alle prese con una trasposizione da Wilde, dopo "Un marito ideale" e "Il piacere di chiamarsi Ernest" – nell’accompagnare lo spettatore all’interno del trasgressivo e peccaminoso universo senza limiti di Dorian; ricordando vagamente tematiche e stile cari al cinema dello scrittore Clive Barker, per il quale, non a caso, esordì come attore in "Hellraiser" e "Cabal".
D’altra parte, senza rinunciare a momenti splatter e a un uso degli effetti digitali che, soprattutto nella parte finale, rimandano in maniera evidente ai b-movie, è proprio un’atmosfera horror quella enfatizzata nel corso dei circa 113 minuti di visione di "Dorian Gray", impreziosito dagli apprezzabili dialoghi della sceneggiatura a firma dell’esordiente Toby Finlay e penalizzato solo da qualche evitabile lungaggine.
Pur rimanendo pienamente nella media (se non leggermente al di sopra).

La frase: "Vi assicuro che il piacere è molto diverso dalla felicità".

Nemico Pubblico


Titolo originale:  Public Enemies
Nazione:  U.S.A.
Anno:  2009
Genere:  Crimine, Thriller
Durata:  140'
Regia:  Michael Mann
Sito ufficiale:  www.publicenemies.net
Sito italiano:  www.cinema.universalpictures.it/...

Cast:  Johnny Depp, Christian Bale, Giovanni Ribisi, Marion Cotillard, Leelee Sobieski, Billy Crudup, Channing Tatum, Emilie de Ravin, David Wenham, Stephen Dorff
Produzione:  Forward Pass, Misher Films
Distribuzione:  UIP
Data di uscita:  06 Novembre 2009 (cinema)

Trama:
L'affascinante storia di uno degli uomini considerati dal Federal Bureau of Investigation, negli anni '30, tra i più pericolosi d'America, John Dillinger. Gangster e rapinatore di banche, più volte riuscito ad evadere dai carceri dove lo rinchiudevano, fu alla fine catturato grazie ad un enorme sforzo dell'istituto governativo che lo assicurò definitivamente alla giustizia...


Recensione

Con "Nemico pubblico" Michael Mann torna al genere biopic, già affrontato nel 2002 con "Alì".
La storia è quella di John Dillinger, il più famoso rapinatore di banche degli anni della Grande Depressione.
Nel raccontare la vita del criminale Mann opera una scelta non convenzionale, abbandona completamente l'aura romantica che avvolge spesso quegli anni, rifugge qualsiasi mitizzazione e si limita a raccontare dei fatti, aneddoti reali della vita di quello che per molti, già all'epoca, era un moderno Robin Hood, uno che durante le rapine bruciava i registri dove erano annotati i debitori.
Cosa rimane: il ritratto di un uomo freddo e spietato, amante del lusso, devoto agli amici e alla fidanzata, incapace di pensare al domani, abilissimo nell'organizzare fughe e rapine, ma non la propria vita.
Michael Mann decide di prendere in considerazione solo un limitato lasso di tempo della vita di Dillinger che va dal 1933, anno in cui organizza l'evasione dei suoi complici dalla prigione di stato dell'Indiana, al 1934, anno della sua uccisione all'uscita dal Chicago Biograph Theater dopo aver visto il film "Le due strade", con Clark Gabie e William Powell.
Quando il racconto inizia Dillinger è già un criminale famoso eppure non ci viene raccontato nulla dei suoi inizi, della sua infanzia, tutto ciò che sappiamo è ciò che lui stesso racconta alla futura compagna Evelyne «Billie» Frechette, al loro primo incontro: "Sono cresciuto in una fattoria a Moooresville, Indiana. Mia madre ci lasciò quando avevo tre anni e mio padre mi picchiava perché non conosceva un metodo migliore per crescermi. Amo il baseball, i film, i bei vestiti, il whisky, le macchine veloci... e tu. Cos'altro c'è da sapere?".
Viene scelto l'ultimo anno di vita di Dillinger perchè in questo lasso di tempo entrano a far parte della sua vita due personaggi fondamentali: oltre alla già citata Evelyne «Billie» Frechette, l'agente Melvin Purvis, quello che nei fumetti sarebbe identificato come il suo arcinemico, la sua nemesi. Purvis è un uomo determinato, scelto da J. Edger Hoover per catturare Dillinger, per questo aveva creato una squadra speciale ad hoc.
Mann sta addosso ai suoi personaggi, la camera sempre incollata al viso, per catturarne tutta la valenza psicologica e i suoi attori lo ripagano con una grande interpretazione: Depp abbandona ogni gigionismo per regalare al suo Dillinger una grande freddezza e una notevole compostezza, ma ancor più bravo è Christian Bale nel ruolo di Purvis, basta guardare come muta il suo viso quando si rende conto che i suoi uomini hanno perso le tracce di Billie, non ha bisogno di dire una parola per trasmettere tutta la sua rabbia e la sua delusione.
E poi tutto il cinema di Mann: dall'attentissima scelta delle location, alle lunghe sequenze di sparatoria, dalle riprese asimmetriche alla bellissima fotografia di Dante Spinotti.
Eppure la somma delle parti non genera il capolavoro che ci si potrebbe aspettare, troppo pensato, troppo freddo lo svolgimento per appassionare, forse anche troppo lungo. E se la sequenza della sparatoria notturna lascia senza fiato, è difficile seguire e collocare i vari personaggi che interagiscono con Dillinger, bisognerebbe arrivare alla proiezione preparati.
Comunque "Nemico pubblico" è un godimento per gli occhi.

La frase:
- "Cosa la tiene sveglio la notte, Mr Dillinger?"
- "Il caffè"


 

UP



Titolo originale:  Up
Nazione:  U.S.A.
Anno:  2009
Genere:  Animazione
Durata:  96'
Regia:  Pete Docter, Bob Peterson
Sito ufficiale:  www.disney.go.com/disneypictures/up
Sito italiano:  www.disney.it/Film/up/

Cast (voci):  Christopher Plummer, John Ratzenberger, Edward Asner, Delroy Lindo, Jordan Nagai, Paul Eiding
Produzione:  Pixar Animation Studios
Distribuzione:  Walt Disney Motion Pictures Italia
Data di uscita:  15 Ottobre 2009 (cinema)

Trama:
Un venditore di palloncini di 78 anni, Carl Fredricksen, realizza finalmente il suo sogno quando collega migliaia di palloncini alla sua casa e vola via per raggiungere le zone selvagge del Sudamerica. Tuttavia, scopre quando é ormai troppo che il suo peggiore incubo ha partecipato di nascosto al viaggio: un bambino di 9 anni eccessivamente entusiasta di nome Russel, che é anche un Esploratore della Natura...

Recensione 

Un sogno accomuna due bambini, Carl ed Ellie: diventare esploratori e raggiungere il Sud America e le cascate del Paradiso. I due bambini crescono e si sposano, vivono in una casetta linda, ordinata e piena di amore, mentre lui, per vivere, vende palloncini. Finché l’adorata Ellie muore, lasciando Carl da solo con sogni in comune mai realizzati. Ora, settantottenne, decide di onorare la memoria della moglie e fare qualcosa anche per se stesso, fuggendo da un mondo che non capisce più e che circonda la sua casa con ruspe e demolizioni. Decide di partire e raggiungere le cascate del Paradiso: la sua fuga è di quelle che non si scordano, migliaia di palloncini colorati sollevano la casetta, su, in alto, verso le nuvole e i sogni. Carl Fredricksen non ha previsto di avere un ospite nel suo viaggio, Russell, un ragazzino boy scout, tanto petulante nel suo entusiasmo e grassoccio, quanto simpatico e goffo. I due si troveranno uniti in un’avventura che li porterà in territori affascinanti e inesplorati, alle prese con un esploratore incattivito, un uccello di specie mai conosciuta e un buffo cane che parla attraverso un collare.

Pixar dei sogni, come sempre. Che sa incantare grandi e piccini, che usa la tecnologia più avanzata per raccontare storie, che divertono, commuovono e fanno volare alta la fantasia. Diretto da Pete Docter, già regista di Monsters & Co., con la collaborazione di Bob Peterson, prodotto da Jonas Rivera e John Lasseter, Up è un condensato di emozioni che offre molteplici letture. Un dentro e un fuori. Un prima e un poi.
C’è l’avventura, ci sono le peripezie rocambolesche di questa strana coppia, Carl e Russell, i pericoli e le insidie, ci sono valori come l’amicizia, la solidarietà, la comprensione reciproca, l’apertura al nuovo che fa restare vivi e giovani, l’entusiasmo per ciò che la vita può offrire, anche quando pare non ci sia più nulla in cui credere. Ma c’è anche una riflessione commovente e profonda sulla vecchiaia e sul valore dei sogni e dei ricordi, spesso richiamati da un oggetto, dal ripetersi di gesti condivisi da anni di vita in comune, c’è un lutto e la sua elaborazione dolorosa. Temi inconsueti per un film d’animazione, che ha il dono magico della leggerezza e della delicatezza, che può unire più generazioni - come ha dichiarato John Lasseter alla presentazione al Festival di Cannes, dove ha inaugurato la kermesse, nel sogno di vedere “nonni, figli e nipoti insieme al cinema, con gli occhialini per il 3D, a vedere Up”. Sono tanti i riferimenti cinefili, che in Up non sono mai posticci ma costituiscono il bagaglio dei ricordi per volare verso il nuovo, come fa Carl con Russell. Il palloncino rosso di Albert Lamorisse, Palma d’oro nel 1956; i tratti del protagonista, che sono un misto di James Whitmore, Spencer Tracy e Walter Matthau; il volto dell’esploratore cattivo, tra Howard Hughes, Kirk Douglas con tanto di baffetti alla Errol Flynn.
Up, definito il Gran Torino dell’animazione, è un piccolo miracolo cinematografico, che dà una gioia profonda.

La frase: "Dug (il cane): Mi chiamo Dug. Vi ho incontrati e vi amo già.".